Nel modello della persona a quattro colori di Max Lüscher, il rosso rappresenta uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano ossia quello dell’attività, dell’energia, della conquista e della capacità di agire. È il colore della vitalità, della spinta verso l’esterno e della possibilità di trasformare desideri e intenzioni in azioni concrete. In termini psicologici, il rosso rimanda quindi alla capacità di investire le proprie energie nella realtà e di confrontarsi attivamente con essa.

Ma cosa accade quando questa dimensione non è accessibile, o addirittura viene evitata? Possiamo allora parlare, in senso interpretativo, di una “personalità fobica del rosso”: una configurazione in cui l’azione, l’impegno e l’investimento personale vengono vissuti come qualcosa da cui proteggersi.

Alla base di questa modalità si trova spesso una forma di rinuncia accompagnata da una forte tendenza all’autocommiserazione. La persona percepisce la propria condizione come particolarmente difficile e tende a sottolineare continuamente la propria stanchezza, la propria sfortuna o l’ingiustizia subita. Non attende necessariamente che siano gli altri a riconoscere la sua sofferenza: è lei stessa a confermarla e a riproporla, quasi applaudendosi mentre si commisera.

Il mondo viene così rappresentato come un luogo ostile o eccessivamente faticoso: “va tutto male”, “ce l’hanno tutti con me”, “sono stanco di tutto”. La lamentela diventa progressivamente una modalità stabile di relazione con la realtà, attraverso la quale la persona può giustificare la propria rinuncia all’azione.

È proprio questo uno degli aspetti caratteristici della personalità fobica del rosso: la difficoltà non consiste soltanto nel fare, ma nel chiedere qualcosa a se stessi. L’individuo tende a non porsi obiettivi, a non esigere da sé uno sforzo particolare e, di fronte alle difficoltà, preferisce lasciarsi andare piuttosto che reagire. La passività diventa così una forma di protezione dalle richieste che la realtà potrebbe avanzare.

La stanchezza e la svogliatezza assumono in questo contesto un significato particolare. Non rappresentano necessariamente soltanto una reale mancanza di energie, ma possono diventare il modo attraverso cui la persona evita di entrare in contatto con la propria capacità di agire. Se sono troppo stanco per fare qualcosa, non devo affrontare il rischio di fallire, di essere giudicato o di scoprire che avrei potuto fare di più.

In questo senso, la rinuncia può diventare rassicurante. Non mettersi alla prova significa infatti non esporsi alla possibilità di una delusione. Ma significa anche rinunciare progressivamente alla possibilità di sperimentare le proprie risorse. L’individuo rimane così in una posizione di attesa, mentre la responsabilità del proprio malessere viene prevalentemente attribuita alle circostanze o agli altri.

Anche nelle relazioni questa dinamica può manifestarsi attraverso una richiesta indiretta di attenzione e comprensione. La persona non chiede necessariamente qualcosa in modo esplicito, ma comunica continuamente quanto sia difficile la propria situazione, lasciando che sia l’altro a intervenire. Se viene aiutata, trova conferma nella propria posizione; se non viene aiutata, può invece sentirsi ulteriormente vittima dell’indifferenza altrui.

Un esempio particolarmente efficace di questa configurazione lo troviamo in Ilya Ilyič Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Gončarov. Oblomov rappresenta una delle figure letterarie più celebri dell’inerzia e dell’incapacità di trasformare le intenzioni in azioni. È intelligente, sensibile e capace di immaginare una vita diversa, ma tende continuamente a rimandare, rinunciare e rifugiarsi nell’immobilità.

La sua difficoltà non consiste quindi nell’assenza assoluta di desideri, ma nell’incapacità di tradurli in un investimento concreto nella realtà. Oblomov conosce ciò che dovrebbe fare, ma ogni azione appare troppo faticosa, ogni decisione può essere rimandata e ogni responsabilità può essere evitata. Il suo celebre rapporto con il letto diventa così la rappresentazione simbolica di una condizione più profonda: il ritiro dalle richieste della vita.

In Oblomov la mancanza del “rosso” si manifesta proprio nella rinuncia all’azione. Il mondo esterno richiede energia, decisione e responsabilità; la risposta è invece il ritiro, accompagnato dalla convinzione che agire sia troppo difficile o che, in fondo, non ne valga la pena.

Parlare di “personalità fobica del rosso” non significa definire una categoria clinica, ma proporre una chiave di lettura. È un modo per descrivere quelle situazioni in cui la capacità di investire energie nella realtà viene progressivamente sostituita dalla rinuncia, dalla stanchezza, dalla svogliatezza e dall’autocommiserazione.

Comprendere questa dinamica permette di guardare oltre il semplice “non ho voglia”, riconoscendo come, dietro la rinuncia all’azione, possa esistere anche la difficoltà ad assumersi la responsabilità dei propri desideri e delle proprie possibilità.

Marco Masi

Marco Masi

Sono Marco Masi. Mi sono laureato in Psicologia Clinica all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna presso la Facoltà di Psicologia della sede di Cesena (FC). Come PSICOLOGO CLINICO e PSICOTERAPEUTA mi rivolgo alla prevenzione delle situazioni di disagio e alla promozione del benessere psicologico e sociale, in particolare all’identificazione e al trattamento delle problematiche affettive, relazionali e comportamentali che si presentano in situazioni di disagio emotivo.

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