Tra i quattro colori fondamentali individuati da Max Lüscher, il giallo occupa una posizione particolare perché è legato soprattutto a ciò che ancora non c’è, ossia al futuro. Esprime l’attesa, la speranza, l’apertura verso il possibile e la tendenza a proiettarsi oltre la situazione presente. È il colore di chi guarda avanti, immagina un cambiamento e si concede la possibilità che il futuro possa essere diverso dall’oggi.

Proprio per questo il giallo ha a che fare con una dimensione psicologica delicata: per poter guardare al futuro è necessario, almeno in parte, tollerare l’incertezza. Ogni progetto contiene infatti un rischio, ogni aspettativa può trasformarsi in una delusione e ogni cambiamento implica la possibilità di perdere qualcosa di conosciuto.

Quando questa apertura diventa difficile da sostenere, il futuro può allora trasformarsi da promessa in minaccia. La persona tende a restringere il proprio orizzonte, a diffidare delle possibilità e a cercare sicurezza in ciò che già conosce. È in questo senso che possiamo parlare, in termini interpretativi, di una “personalità fobica del giallo”: una configurazione nella quale l’apertura al possibile viene evitata attraverso il controllo, la cautela e la costruzione di una vera e propria corazza psicologica.

La personalità fobica del giallo si distingue innanzitutto per una forte tendenza all’autocostrizione. Sono individui che sembrano vivere all’interno di confini molto rigidi, nei quali la prudenza diventa una necessità e la convenzionalità una forma di sicurezza. Ciò che è conosciuto appare preferibile a ciò che potrebbe mettere in discussione il proprio equilibrio.

Il cambiamento viene quindi vissuto con diffidenza. Non necessariamente perché la persona sia soddisfatta della propria situazione, ma perché il presente, anche quando è insoddisfacente, offre una certezza che il futuro non può garantire.

Per questo motivo possono mancare fantasie, progetti e aspettative. Immaginare qualcosa di diverso significa infatti concedersi la possibilità di desiderarlo, ma desiderare significa anche esporsi alla delusione. È più semplice non aspettarsi troppo, non fare progetti e rimanere ancorati a ciò che già si conosce.

La persona si trincera così dentro il presente, costruendo attorno a sé una corazza che serve a proteggerla non soltanto dagli altri, ma anche dai propri sentimenti. La vulnerabilità viene percepita come un rischio: mostrarsi per ciò che si è significa infatti esporsi alla possibilità di essere feriti, rifiutati o delusi.

Questa corazza può far apparire l’individuo freddo, razionale e sicuro delle proprie convinzioni. Ma dietro questa superficie possono nascondersi sentimenti molto più intensi di quanto venga lasciato vedere. Il controllo delle emozioni diventa così un modo per evitare di sentirsi vulnerabili.

In alcuni casi, la corazza viene rafforzata da forti convinzioni ideologiche. Regole, principi e sistemi di pensiero rigidi possono diventare una sorta di guscio mentale protettivo attraverso il quale organizzare una realtà percepita come incerta e minacciosa. Se esistono categorie precise di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, rimane meno spazio per il dubbio, l’ambivalenza e la contraddizione.

Un esempio particolarmente efficace di questa configurazione è Javert, l’ispettore di polizia de I miserabili di Victor Hugo. Javert ha costruito la propria identità intorno alla legge, al dovere e all’ordine. Il mondo deve essere regolato da principi chiari e categorie precise. La possibilità che qualcuno possa cambiare o che il bene e il male possano convivere nella stessa persona mette in crisi il suo sistema di certezze. Javert non riesce a tollerare l’ambivalenza e a costruire nuove rappresentazioni della realtà più complesse o sfumate. Si tratta di un uomo ostinato e pedante, e la sua sfera emotiva è totalmente inacessibile dall’esterno.

In lui la mancanza del “giallo” si manifesta proprio nell’incapacità di aprirsi a una possibilità diversa da quella che aveva sempre conosciuto. La sua corazza, nata per proteggerlo dall’incertezza, finisce così per diventare una prigione.

Parlare di “personalità fobica del giallo” non significa definire una categoria clinica, ma proporre una chiave di lettura. È un modo per descrivere quelle situazioni in cui l’apertura al futuro e alla possibilità viene progressivamente sostituita dal controllo, dalla cautela, dalla diffidenza e dal rifugio nelle certezze.

Comprendere questa dinamica permette di guardare oltre la semplice rigidità. Dietro una persona apparentemente forte e sicura delle proprie convinzioni può nascondersi qualcuno che teme profondamente la vulnerabilità, la perdita e la delusione.

Marco Masi

Marco Masi

Sono Marco Masi. Mi sono laureato in Psicologia Clinica all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna presso la Facoltà di Psicologia della sede di Cesena (FC). Come PSICOLOGO CLINICO e PSICOTERAPEUTA mi rivolgo alla prevenzione delle situazioni di disagio e alla promozione del benessere psicologico e sociale, in particolare all’identificazione e al trattamento delle problematiche affettive, relazionali e comportamentali che si presentano in situazioni di disagio emotivo.

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