Un’icona immortale della sensualità e della seduzione in grado di attraversare le generazioni, il nome di Marilyn Monroe continua ad essere intrinsecamente presente nella coscienza collettiva. Tutti ne ricordano l incredibile fascino e la tragica fine. Ma forse non altrettanto conosciuta è la sua storia di deprivazione affettiva che l’ha accompagnata nel corso della vita.

Nata come Norma Jeane, è costretta a crescere senza un padre, con una madre affetta da schizofrenia, la quale trascorre la maggior parte della sua vita ricoverata in strutture psichiatriche. A partire dai 10 anni la futura Marilyn consce il trauma dell’abbandono dovendo trascorre la propria vita in continui pellegrinaggi dentro e fuori l’orfanotrofio passando da una famiglia affidataria all’altra.  A 16 anni, al solo scopo di evitare l’ennesimo ritorno in orfanotrofio, decide di sposarsi. Si tratterà di un matrimonio breve ed infelice, caratterizzato da lunghi momenti di separazione fra i coniugi. Nel frattempo inizia casualmente la carriera da fotomodella fino ad entrare in tempi brevissimi nel mondo della pubblicità e cinematografia. A 20 anni divorzia e cambia il suo nome da Norma Jeane Mortenson a Marilyn Monroe. Il cambio di nome può essere già visto come il prodomo della manifestazione di un disturbo di personalità? Si può interpretare questo gesto come un agito spinto dalla volontà di una trasformazione della propria identità, al fine di eliminare anche anagraficamente le proprie origini, ma soprattutto la fonte del tanto dolore che la bambina Norma ha dovuto subire?

L’instabilità affettiva e relazionale, all’interno della quale questa diva mondiale ha dovuto convivere, si concretizza con la costante incapacità nel mantenere un legame affettivo profondo duraturo nel tempo. Infatti la vita dell’attrice vede rivivere continuamente il trauma del rifiuto subito dal padre biologico che mai ha voluto riconoscerla, basti solo pensare ai tre matrimoni falliti, e all’innumerevole pletora di amanti, fra cui anche uomini di potere e celebrità del tempo.

<<Cosa indosso a letto? Solo due gocce di Chanel n°5>> Questa frase, pronunciata dalla stessa Monroe, si è trasformata in un aforismo diventato leggenda. Tuttavia prima di coricarsi, oltre alle due gocce del celebre profumo, era solita somministrarsi anche una ventina di pasticche tra sonniferi e barbiturici (gli antenati delle attuali benzodiazepine). Questo comportamento, già di per sé pericoloso, era poi aggravato dall’ingente consumo di alcol che l’attrice ha costantemente aumentato nel corso della sua vita, tanto da portarla a numerosi ricoveri per riuscire a disintossicarsi dalle sostanze.

Ciò nonostante, specialmente negli ultimi anni di vita, iniziò a soffrire di forti attacchi d’ansia e significativa instabilità nel tono dell’umore portando l’attrice ad incrementare il suo consumo di medicinali e alcol per lenire tali sintomi.  E furono proprio i barbiturici a causarne la morte nel 1963 a soli trentasei anni, con ogni probabilità dovuta ad un tentato suicidio da parte dell’attrice, finito tuttavia tragicamente. Infatti nel corso della sua vita furono molti gli episodi in cui la Monroe mise in atto comportamenti ed agiti suicidari e questi ricorrenti gesti confermano l’ipotesi di un disturbo di personalità borderline.

Nonostante tutto la Monroe era ben consapevole del proprio disagio, ed è proprio per far fronte alla sua crescente sofferenza psicologica che si fece prendere in cura dai più celebri e brillanti psichiatri e psicoanalisti dell’epoca, tra i quali spiccano i nomi di Margaret Hohenberg, Anna Freud, Ralph Greenson e Milton Wexler.  A tal proposito la figlia del padre della psicoanalisi, Anna Freud, scrive riguardo alla sua paziente Marilyn: “Paziente Adulta. Instabilità emozionale, impulsività esagerata, bisogno costante di approvazione esterna, non sopporta la solitudine, tendenza alla depressione in caso di rifiuto, paranoica con accessi di schizofrenia.”

Per quanto riguarda Ralph Greenson, egli diventò il terapeuta della Monroe due anni prima la sua tragica fine. Con quest’ultimo il rapporto terapeutico si cristallizzò in una reiterata violazione delle regole del setting sconfinando nella vita privata di entrambi. È possibile ipotizzare infatti come fra terapeuta e paziente si sia sviluppato un potente transfert erotico. E come suggerisce Gabbard questo tipo di transfert, se non riconosciuto e correttamente gestito, porta nel tempo a violazioni del setting sempre più marcate, fino a condurre la terapia lungo una china scivolosa verso il fallimento. E i fatti dimostrano come questo epilogo sia stato analogo nella terapia condotta da Greenson con la Monroe. I due infatti, oltre i momenti settimanali dedicati alla terapia, erano soliti a lunghi colloqui telefonici, ma non solo, spesso si scambiavano regali e cenavano insieme e lo stesso Greenson fece conoscere la sua paziente alle figlie e alla moglie. Lo stesso analista dettava l’agenda all’attrice e non a caso egli fu l’ultima persona che vide la Monroe viva e la prima a trovarla senza vita.

Per questi ed altri motivi molti autori parlano del “caso Monroe” come del fallimento della psicoanalisi. Al netto degli errori umani di Greenson è forse troppo ingeneroso parlare di fallimento psicoanalitico. Con il senno di poi e con la conoscenza attuale in materia di terapia e trattamento psicologico è possibile affermare che probabilmente, a causa del disturbo di personalità dell’attrice, un trattamento psicoanalitico, di stampo fortemente espressivo, non era forse la terapia idonea da intraprendere. Sempre ragionando a posteriori un trattamento maggiormente supportivo che non la facesse costantemente rivivere i demoni del passato sarebbe stato più indicato.

Di seguito sono riportati i criteri diagnostici del disturbo borderline di personalità, secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Si noti come è possibile riscontrare numerosi tratti in comune con la vita di Marilyn Monroe.

 

DSM-5

Disturbo Borderline di Personalità

Una modalità pervasiva di instabilità nelle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da uno o più dei seguenti elementi:
1) Sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono
2) Un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione
3) Alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili
4) Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate)
5) Ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante
6) Instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore
7) Sentimenti cronici di vuoto
8) Rabbia inappropriata, intensa o difficoltà a controllare la rabbia (ad esempio frequenti accessi d’ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici)
9) Ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress

 

Tabella 1.  Criteri diagnostici per il Disturbo Borderline di Personalità secondo la versione più recente (quinta edizione) del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM- 5)

 


FONTI

American Psychiatric Association -APA- (2014), Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorder (5thed.) DSM-5,  American Psychiatric Association, Washington DC

Gabbard G.O. (2011), Introduzione alla psicoterapia psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano

Mecacci L. (2000), Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi, Raffaello Cortina Editore, Milano

Slatzer R. F. (1974), The life and curious death of Marilyn Monroe, Pinnacle House Edition, New York

Marco Masi

Marco Masi

Sono Marco Masi Mi sono laureato in Psicologia Clinica all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna presso la Facoltà di Psicologia della sede di Cesena (FC). Come PSICOLOGO CLINICO mi rivolgo alla prevenzione delle situazioni di disagio e alla promozione del benessere psicologico e sociale, in particolare all’identificazione e al trattamento delle problematiche affettive, relazionali e comportamentali che si presentano in situazioni di disagio emotivo.

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