Vivere la quotidianità al tempo del Covid-19 è una realtà del tutto nuova per ciascuno di noi. Nel nostro presente nessuno può avere esempi o punti di riferimento già vissuti dai quali attingere istruzioni o sui quali aggrapparsi attraverso norme di comportamento collaudate. Infatti a differenza di altri fenomeni naturali ugualmente potenti e altrettanto potenzialmente traumatici (come ad esempio terremoti, alluvioni, incendi), nei confronti dei quali esistono già specifici ed assimilati protocolli, nel caso del coronavirus tali protocolli si sono dovuti creare ex novo e per giunta durante il corso dell’emergenza stessa. E una delle cause di questo problema è il fatto che la memoria di esperienze simili si perde nella storia delle generazioni passate. Infatti sono trascorsi esattamente cento anni dall’ultima volta che l’Italia ha dovuto fare i conti con una dichiarata pandemia (la cosiddetta influenza spagnola), e delle precedenti abbiamo notizie solo sui libri di storia. E sempre a differenza di altri imprevedibili fenomeni naturali, il covid-19 sta creando nel mondo interno ed esterno di ciascuna persona uno stato di allarme continuativo nel tempo.

E inevitabilmente le ben note restrizioni hanno avuto un impatto a trecentosessanta gradi sulla vita di tutti noi, trasformandola radicalmente. Siamo tutti accomunati, chi più chi meno, da vissuti di preoccupazione, impotenza o vulnerabilità. E in qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa o stressante, compresa quindi quella che stiamo vivendo ora, il comportamento umano è modulato dal Sistema Nervoso Autonomo (S.N.A.), il quale non può che mettere in atto reazioni o strategie di tipo difensivo. Tuttavia prendendo come riferimento il contesto covid-19, non si può non tenere in considerazione il fatto che l’attivazione del nostro SNA risulta perdurare a lungo nel tempo, procedendo parallelamente alle condizioni di restrizioni ed emergenza.

Come reagisce quindi il nostro organismo alle situazioni di pericolo? Fondamentalmente attraverso due modalità distinte che possono essere di immobilizzazione o di mobilizzazione.

L’immobilizzazione è il comportamento più primitivo ed arcaico si attiva in condizioni di pericolo estremo e, come suggerisce la parola, paralizza completamente il corpo causandone la totale immobilità o spegnimento. Fra questi il più noto è il cosiddetto freezing, dove seppur internamente l’organismo sia iperattivato, il comportamento esteriore che il corpo mette in atto è di pietrificazione e paralisi.

L’altra strategia che il SNA può mettere in atto è quella della mobilizzazione, meglio conosciuta come “comportamento di attacco o fuga”. Questo tipo di reazione è quella che più comunemente si sta verificando in questi giorni dove siamo alle prese con il covid-19 e con il permanere forzatamente all’interno delle nostre case. Nello specifico, analizzando queste risposte nel contesto della nostra nuova ed inedita quotidianità, un aumento del bisogno di controllo o dell’irritabilità può essere interpretato come una “risposta di attacco” nei confronti della situazione. D’altro canto una crescente necessità di movimento come le tanto biasimate corsette fuori case, o l’andare più spesso al supermercato di quanto sia effettivamente necessario, sono tutte catalogabili come “risposte di fuga”.

Un’altra condizione per molti completamente inesplorata con la quale stiamo imparando a cimentarci è lo smart working, traducibile in italiano con “lavoro agile”. Per legge questa forma di lavoro si basa sulla flessibilità organizzativa. Tuttavia la stragrande maggioranza dei lavoratori si è ritrovata catapulata in un regime di home working il quale di “agile” ha ben poco. Con l’home working il lavoratore non programma ed organizza il proprio lavoro per obiettivi, ma svolge lo stesso compito che farebbe in presenza sul luogo di lavoro da casa, agli stessi ritmi e soprattutto con gli stessi orari. Come può reagire il SNA in ambito lavorativo quando esso viene a coincidere forzatamente con quello domestico? Molte persone dopo una prima fase di orientamento, riescono a trovare un ritmo lavorativo adeguato alle loro esigenze, ma sfortunatamente non sempre la situazione evolve in maniera positiva per tutti. Come precedentemente descritto la mobilizzazione è il tipo di risposta che più di frequente viene messa in atto dal SNA nel contesto della quotidianità di vita ai tempi del coronavirus.

Nello home working una tipica “risposta di attacco” che il SNA può mettere in gioco di questi tempi è un aumento dell’attivazione di performance. Questo può causare una difficoltà a porre confini tra la vita professionale e quella personale. Gli individui con tale tipo di reazione attiva in questo contesto faranno fatica a porsi dei limiti, ed è possibile che aumenti in loro il bisogno di controllo e di risultati. “Da quando lavoro da casa sento che lavoro molto più di prima” “Sono sempre attaccato al computer” “Per me non è cambiato niente, lavoro tutto il giorno, non mi fermo mai.” possono essere alcuni esempi di frasi che vengono pronunciate da persone il cui SNA sta producendo una “risposta di attacco”.

Al contrario, prendendo sempre come riferimento il contesto dello home working, alcune “risposte di fuga” possono essere difficoltà a rimanere a lungo fermi in una postazione di lavoro, come ad esempio bisogno di alzarsi, cambiare posizione sulla sedia, difficoltà a concentrarsi con conseguente calo della qualità del lavoro svolto o della produttività personale.

Cosa si può fare per fronteggiare tali risposte del nostro organismo? Considerata la generale condizione di allarme in cui stiamo vivendo, sono consigliati, piuttosto che tecniche di rilassamento, semplici esercizi volti al mantenimento di una calma attiva. Questo perchè vere e proprie tecniche di rilassamento possono essere di difficile applicazione nel contesto covid, in particolare per chi mai ha avuto modo di approcciarsi a tali pratiche cliniche. Inoltre, a differenza di quest’ultime, gli esercizi di regolazione del sistema neroso autonomo possono essere svolti, con l’ausilio del terapeuta, anche in modalità on-line. Essi hanno l’obiettivo di aiutare la persona a riconoscere e identificare il proprio stato interno e ridurre la tensione che si sta sperimentando attraverso la regolazione del proprio respiro e delle personali risorse somatiche (focalizzazione, monitoraggio e cambiamento posturale e corporale).

 


FONTI

Porges S.W. (2014), La teoria polivagale: fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione, Fioriti Editore, Roma.

Società Italiana per lo Studio dello Stress Traumatico -SISST-, (a cura di) Puliatti M. (2020), Covid-19 Esercizi brevi per gestire la paura 

Marco Masi

Marco Masi

Sono Marco Masi Mi sono laureato in Psicologia Clinica all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna presso la Facoltà di Psicologia della sede di Cesena (FC). Come PSICOLOGO CLINICO mi rivolgo alla prevenzione delle situazioni di disagio e alla promozione del benessere psicologico e sociale, in particolare all’identificazione e al trattamento delle problematiche affettive, relazionali e comportamentali che si presentano in situazioni di disagio emotivo.

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